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Tra Storia e Leggenda

La chiesa di San Leucio, ricca di storia, di arte e leggenda è il “cuore pulsante “ della città di Atessa, la sua memoria religiosa, la sua identità.

La leggenda narra che il Santo Vescovo Leucio di Brindisi, di passaggio nella zona di Atessa, uccise un feroce dragone che dimorava nel vallone di Rio Falco e mieteva vittime umane ed innocenti, ma soprattutto impediva agli abitanti di due borghi, Ate e Tixa, di frequentarsi e riunirsi. L’eliminazione del mostro dà perciò l’avvio al processo di conurbazione dei due abitati, probabili antichi insediamenti longobardi, nel cui nodo di saldatura viene eretto un tempio dedicato al Santo.

Nell’attuale sacrestia della chiesa di San Leucio si conserva una costola fossile di animale, forse un elephas primigenius, catalizzatore del racconto mitico, suggestivo e pregnante. La liberazione dal “mostro” e dalla sua ferocia (che si può interpretare come proiezione del peccato o della malaria, per la presenza di paludi, bonificate dai padri Basiliani ) ha perciò assunto aspetti miracolosi e prodigiosi, ma ha costituito, di fatto, la genesi della nascita di un’unica città :“Atessa”.

Le origini di Atessa, infatti, che compare come “castellum” nel Chronicon Farfense, sono da riconnettere al sistema di strutture fortificate, promosse dai Longobardi nelle zone collinari interne, a guardia delle valli e dei fiumi. La zona di Atessa, inoltre, si trova al centro di un territorio densamente abitato che, in epoca italica e romana, aveva il suo punto di forza nell’insediamento di Monte Pallano, abitato da tribù di Lucani, il cui toponimo sopravvive nel monastero di Santo Stefano in Lucana (presso Tornareccio), che nei documenti farfensi è citato come Santo Stefano de Athissa, la cui storia si intreccia saldamente con le vicende di Atessa e con quelle, in particolare , della chiesa di San Leucio.

San Leucio, nativo di Alessandria ( II-III sec., secondo una tradizione, IV o V secondo altre fonti più accreditate) e poi evangelizzatore e vescovo di Brindisi, è al centro di una singolare e straordinaria venerazione in molti centri della Puglia, della Campania e dell’Abruzzo-Molise. Le sue ossa sono state contese, trafugate, rubate e riscattate da varie città, ma vengono prodigiosamente ritrovate nell’VIII secolo a Benevento, subito dopo la conversione al cristianesimo dei Longobrdi, duchi e feudatari di questa città. Leucio diventa pertanto, insieme a San Michele, San Sabino, San Teodoro ecc., uno dei santi nazionali del popolo longobardo che lo diffonde e lo veicola nei territori conquistati.

Un documento del 1027ci testimonia una ricca donazione del conte Attone, figlio di Trasmondo di Chieti (conti longobardi) in favore della chiesa di San Leucio, fra cui gran parte dei beni ricevuti in permuta dal preposto di Santo Stefano in Lucana. Altre successive donazioni, permute e lasciti, documentati negli archivi farfensi, avranno sempre al centro come beneficiaria la chiesa di San Leucio., che riceve anche, nel 1117, da papa Alessandro III, la prepositura nullius diocesis. Il documento che lo attesta è molto controverso ed è stato al centro di plurisecolari lotte e contenziosi con il vescovo di Chieti . La vicenda si risolve e si conclude solo nella prima metà dell’Ottocento.

Il culto di San Leucio incontra un altro momento di grande favore e devozione, a cominciare dalla fine del XII sec., con la ripresa della grande transumanza orizzontale, e si diffonde in altri centri abruzzesi. Tra XII e XIV sec. anche ad Atessa il culto di San Leucio riceve particolari attenzioni e la stessa chiesa costruita in onore del Santo subisce modifiche, ampliamenti ed interventi decisivi, in gran parte ancora leggibili.

La facciata della chiesa primitiva, ad una sola navata, orientata ad est, nel XIII-XIV sec., subisce radicali modifiche: il portale di ingresso viene ri-orientato nella posizione attuale e la chiesa, a croce latina, viene arricchita di due navate laterali. All’epoca di tali ristrutturazioni sono sicuramente da ascrivere gli affreschi che anticamente ornavano le pareti. Una singolare testimonianza a riguardo viene fornita da recenti ritrovamenti: agli inizi del terzo millennio, smontato il coro ligneo, sottoposto a restauro, è stato rinvenuto nella zona absidale un frammento di affresco rappresentante una processione eucaristia con ostensione dell’Ostia Magna, sormontante l’altare principale. Ai lati dell’affresco sono state rinvenute anche due nicchie decorate con gli arredi della mensa eucaristica, in perfetto stato di conservazione e con la cromia originaria

Altri preziosi elementi medioevali si possono leggere ancora integri sulla monumentale facciata della chiesa. Essa presenta tre splendidi portali ogivali, di cui quello mediano, a strombo, si caratterizza per l’articolata lavorazione. Lo sovrasta uno spettacolare, luminoso e pregiatissimo rosone angioino a ruota, opera del 1312 della scuola del Petrini di Lanciano. Il rosone, ricco di arcate, colonnine radiali, trafori ecc, è protetto da un archivolto sorretto da colonne pensili poggianti su mensole leonine. In piccole nicchie, poste tra il rosone ed il portale, si trovano i simboli dei 4 Evangelisti e dell’agnello divino.

Il campanile è stato più volte rimaneggiato; nell’ultimo intervento (dopo la seconda guerra mondiale) è stato arricchito anche di un castello in ferro battuto, opera dell’atessano U. Nasuti.

L’interno, che negli interventi del XIV sec. era stato definito in tre navate, nel 1852 si arricchisce di altre due navate, divise da pilastri. Si presenta interamente rivestito di decori barocchi, dalla policromia discreta e finalizzata a valorizzare e dare slancio all’edificio, molto ampio in larghezza, ma poco profondo in lunghezza, privilegiando i toni del rosso-bruno, dell’oro, del beige e del grigio, tonalità calde e non invasive, ad imitazione delle venature marmoree, senza scadere nella ridondanza tipica dello stile barocco. Le pareti laterali sono scandite da una serie di tredici altari in marmo, sormontati da quadri ad olio rappresentanti Santi diversi, spesso riconducibili a devozioni particolari, ex voto o lasciti per grazia ricevuta.

Particolarmente pregevoli risultano il pulpito in noce massiccia, maestoso e ricco di intagli, il coro ligneo, anch’esso scolpito in modo raffinato, la cattedra prepositurale e la cassa dell’organo, opere del XVIII sec. dei fratelli Mascio di Atessa. Sopra lo scranno centrale campeggia una tela di Ludovico Teodoro ( 1779) rappresentante San Leucio Vescovo. Numerosi affreschi decorano le volte, opera di Teodoro Trentino (sec.XVIII) e del pittore atessano Ferri (1815).

Fra i tanti tesori d’arte, si segnalano : un Crocifisso ligneo di scuola napoletana (1750) e una rinascimentale statua di terracotta rappresentante, forse, San Giuseppe. In sacrestia è custodita la costola fossile del mitico “dragone”, in realtà si tratta di una costola di grosso mammifero, simile per tipologia e misure ad altri resti presenti in area abruzzese e probabile ex voto esposto in chiesa in epoca medioevale.

Il” tesoro “della chiesa di San Leucio è costituito, tuttavia, oltre che dagli oggetti che andremo ad elencare, dal patrimonio archivistico : una quantità di documenti, lettere, manoscritti, atti, bolle, relazioni, verbali, note di vario genere, che forniscono una miriade di dati sulla “spiritualità” degli abitanti della città, sullo svolgimento della vita religiosa, sui regimi demografici, sugli ecclesiastici, sulla vita sociale, sui beni e benefici posseduti, sulle cause e sui contenziosi e così via.

Messali miniati del 1400/1500, libri corali, pergamene, cartegloria ec. si affiancano a calici, croci, reliquari ed altri oggetti cultuali, in argento cesellato, ed a gioielli donati da privati come ex voto per grazia ricevuta.

Il libro corale (XIV sec.) si impone per l’accuratezza stilistica ed il preziosismo nell’esecuzione delle miniature soprattutto di due lettere: la P, entro cui è rappresentato un Presepio, la V con la rappresentazione dell’Ascensione.

L’ostensorio, opera di Nicola da Guardiagrele (1418), è uno dei capolavori dell’artista. E’ in argento dorato, lavorato a cesello e bulino, con smalti e lavorazioni in filigrana, con la rappresentazione di immagini e simboli che presentano un ritmo ascensionale e culminano nella statua di San Michele che brandisce la spada.

La Croce capitolare (sec XIV), opera in argento dorato lavorato a cesello, è un altro capolavoro di oreficeria nell’esecuzione dell’insieme e dei dettagli, ma soprattutto per le immagini ed i simboli rappresentati.

Il busto di San Leucio, in argento dorato, fu fatto fondere a Roma nel 1731, ma successivamente (1857) l’opera fu rimaneggiata e portata a compimento.

Infine, statue, arredi, candelabri, un organo monumentale, quadri ed un ricco corredo di paramenti, tovaglie ecc. tutti finemente lavorati con preziosi ricami, merletti, pizzi, tomboli ecc. completano il patrimonio della chiesa di San Leucio, frutto della devozione degli Atessani e delle buone scelte amministrative del clero.

Nella chiesa avevano sede nel passato: la Fraternita di San Leucio, fondata prima del 1313; la Compagnia della S.S. Concezione, fondata prima del 1668, comprendente giovani di ambo i sessi; la Confraternita del S.S.Sacramento del 1576 ed il Monte dei Morti, istituito nel 1668.

Questi due ultimi sodalizi furono poi riuniti nella Confraternita del S.S.Sacramento e Monte dei Morti che affianca ancora oggi attivamente il parroco nelle cerimonie liturgiche, nelle processioni e nei riti. Essa si distingue per le opere pie, per il sostegno economico nella gestione della chiesa ed anche per gli interventi di restauro, di tutela e di valorizzazione del ricco patrimonio artistico. Nel passato provvedeva al maritaggio delle giovani orfane e distribuiva viveri per gli infermi appartenenti a famiglie bisognose.

 

Testo e ricerca storica a cura di Adele Cicchitti